Nessuno è perfetto
di Mario Grigioni

 

Penna rossa, penna gialla, penna bianca, penna nera / per gli amici solamente penna a sfera / Il tuo nome è diventato una bandiera”. Così cantava, nel 1975, il grande Antonello Venditti, in una canzone satirica verso un giornalista, reo di avere scritto un articolo offensivo nei suoi confronti.
Molti anni dopo, persino le Penne Nere incontrarono il loro “Penna a sfera”, colpevole di avere commesso un analogo reato. Paradossalmente, ciò accadde proprio in occasione di un evento trionfale per gli Alpini, la storica Adunata di Torino, a celebrazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia.

In quelle fatidiche giornate di maggio il torinese Amilcare Pansotto, docente universitario e scrittore, titolare di una rubrica quindicinale su un importante giornale della sua città, era alla ricerca dell’ispirazione per compilare le due cartelle del prossimo numero. Grandi scrittori, quali ad esempio Stephen King, ci hanno raccontato il cosiddetto “panico da pagina vuota” che coglie lo scrittore quando, proprio mentre l’editore preme, si trova a corto di idee. Fu forse per uscire rapidamente da questa situazione che Pansotto decise di mirare al bersaglio grosso: gli Alpini che, come una fiumana inarrestabile, stavano prendendo pacificamente possesso della città.

Il suo giornale, per celebrare l’evento, pubblicava ogni giorno degli articoli lusinghieri nei confronti degli Alpini e, come se ciò non bastasse, allegava un’infinita serie di gadget: libri, CD, distintivi, medaglie commemorative, addirittura una bandiera tricolore. Persino lo stimatissimo Sindaco girava per la città col suo cappello alpino ben calcato in testa, stringendo decine di mani. La popolazione, poi, sembrava impazzita, alla faccia del presunto aplomb sabaudo.

“Tutto ciò è intollerabile – commentò Amilcare. – In fondo, questa presunta Adunata mi sembra un rave-party moltiplicato per 100. Basta avere pazienza, ci penso io a trovare qualcosa che non va. Scriverò un pezzo dissacrante e clamoroso, magari vinco pure il Pulitzer”.

E così, svolta un’azione preliminare di intelligence, si mise in caccia fendendo coraggiosamente il fiume di Penne Nere. Era adeguatamente attrezzato con GPS, binocolo, blackberry, fotocamera digitale e, naturalmente, bloc notes con penna a sfera. Qualcuno afferma che calzasse persino il berretto frigio che, come noto, garantisce l’immunità agli spettatori della storica battaglia delle arance di Ivrea; tuttavia, in assenza di documentazione fotografica, questo particolare non può essere ufficialmente confermato.

Iniziò la sua ricognizione dal Colle della Maddalena dove, secondo le informazioni raccolte, era stato segnalato un notevole movimento di truppe. “Chissà che porcile hanno lasciato”, commentò Amilcare, pronto a documentare lo scempio. Ma, con grande stupore, si  trovò di fronte un parco così ben curato che, se sullo sfondo ci fossero stati la baia e il Golden Gate, avrebbe potuto essere El Presidio di San Francisco: aiuole fiorite, vialetti privi di erbacce, muretti a secco appena rifatti, alberi potati e sagomati a regola d’arte.
Sempre più meravigliato, si rivolse ad un abitante delle Ville del Faro che stava portando a spasso il cagnolino:
Cerea monsu, ma non ci sono stati gli Alpini qui?”
“Ma certo, ha visto che meraviglia, hanno fatto tutto loro, hanno finito ieri sera tardi. Hanno ruscato come delle bestie, e pensi che hanno fatto tutto a gratis!”

Il primo tentativo era andato a vuoto; ma pazienza, Amilcare si rimise in pista per dimostrare la sua tesi. Finalmente, in Corso Vittorio, la fortuna gli sorrise per la prima volta: all’orizzonte spuntò un orripilante trabiccolo (così, gli avevano spiegato, li chiamava l’ANA), con a bordo alcuni Alpini che, evidentemente, avevano gustato qualche ombretta oltre il necessario. Proprio sotto i suoi occhi, il rombante mezzo compì un’ardita inversione a U, ed imboccò il viale contromano. “Ci siamo, lo sapevo che avevo ragione io”. Ma, proprio mentre stava prendendo appunti sul misfatto al quale aveva testè assistito, il suo orecchio vigile colse un’esclamazione pronunciata con marcato accento veneto: “Ehilà, vien qua, bel tocco de…” . Il finale venne coperto dai rumori della strada, ma il significato era inequivocabile; infatti la madamin, oggetto del complimento espresso in modo non proprio signorile, affrettò il passo e si allontanò rapidamente.

“Bene, siamo a buon punto, basta avere pazienza”. A notte inoltrata, quando Torino assunse il suo aspetto magico, reso più suggestivo dai molti cori improvvisati dagli Alpini, Pansotto percepì un fruscio, anzi una specie di scroscio. “Strano, il Po è distante, la Stura è da tutt’altra parte, di cosa si tratta?” Ben presto, seguendo la traccia sonora, fece l’orribile scoperta: un nutrito gruppo di Alpini, bene allineati e coperti (si fa per dire, data la situazione), faceva pipì sul suolo pubblico, proprio in corrispondenza di un passo carraio.

Bin parej, sono a posto – commentò soddisfatto Amilcare, avviandosi verso casa. – Comincio a preparare la bozza dell’articolo, lasciando in bianco le ultime dieci righe per il botto finale: chissà in che stato lasceranno la città, al termine dell’Adunata”
E così, attese con pazienza la smobilitazione delle truppe e poi, munito di stivali, mascherina da chirurgo e guanti di lattice, scese di nuovo in campo. Ma, che strano, sembrava tutto pulito, com’era possibile ? Si rivolse ad un vigile urbano:
Cerea monsu civic, sono un giornalista, mi sa dire dove trovo la rumenta lasciata dagli Alpini?”
“Guardi che non c’è nessuna rumenta in giro. Mi sa che il suo giornale l’ha mandata nella città sbagliata. Per trovare la monnezza in strada deve andare un po’ più a sud.”

Da buon cronista, Pansotto fu costretto a completare l’articolo ammettendo che gli Alpini non avevano lasciato traccia del loro passaggio; tuttavia, gli elementi trasgressivi raccolti erano sufficienti per suffragare la sua tesi.
L’articolo venne pubblicato e, nel giro di poche ore, l’e-mail di Amilcare venne intasata da insulti di ogni genere ed altrettanto successe, nei giorni seguenti, alla sua casella condominiale della posta. Cercò di arginare la marea esponendo le sue ragioni in alcune mail di risposta, ma si rivelò una mission impossible.

Qualche giorno dopo gli fu recapitata una rivista: era il periodico, già aperto sulla pagina dell’editoriale, di un’importante Sezione provinciale dell’ANA. Si mise a leggere, e quasi non credeva ai propri occhi: l’articolo, a firma di Temistocle Pautasso, presidente della Sezione, stigmatizzava esattamente i comportamenti da lui evidenziati. Un trionfo!
“Hai visto, gli ho aperto gli occhi, anzi diciamolo pure, gli ho messo il pepe al didietro, ho costretto l’ANA ad assumersi le sue responsabilità!”

Ma, rileggendo l’articolo per gustarne meglio il contenuto, si rese conto che qualcosa non quadrava: “…in questa città, tagliata in due da un confine protetto da torri armate di mitragliatrici…” E poi, quel giornale aveva un aspetto vintage, le pagine sembravano ingiallite… molto strano!

Colto dal dubbio, verificò la data di pubblicazione: Giugno 1951. L’articolo si riferiva all’Adunata di Gorizia, che si era svolta un paio di mesi prima.

“Ma allora, se conoscevano questi fatti da sessant’anni, perché se la sono presa tanto quando li ho scritti io ? Mah, valli a capire ’sti Alpini!”

 

Grigioni Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.

 

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