Un boccone al volo
di Mario Grigioni

 

Nonostante siano trascorsi parecchi anni dalla sua soppressione, la naja non cessa di suscitare rimpianti e nostalgie in coloro che hanno avuto l’onore (e l’onere) di svolgere il servizio militare obbligatorio. Ai coscritti, si dice, venivano inculcati una serie di valori che, in modo positivo ed indelebile, avrebbero contribuito alla formazione del loro carattere, fra i quali: disciplina, amicizia e solidarietà, altruismo, rispetto per le istituzioni.

Sarebbe forse eccessivo annoverare fra i core values la conoscenza dei prodotti tipici regionali che veniva acquisita; tuttavia, il conferimento di salumi, formaggi, vini ed altre leccornie da parte di coloro che rientravano da permessi e licenze costituiva una delle tradizioni più apprezzate.
Un affiatato gruppo di sottufficiali di complemento, in servizio alla Smalp in quei remoti anni sessanta, la praticò in modo magistrale, e ancora oggi la rievoca con affetto.

A quei tempi, la Smalp funzionava a pieno regime, con sei compagnie (due AUC e quattro ACS) da 160 allievi ciascuna contemporaneamente in addestramento, e la CB registrava il tutto esaurito. I numerosi sergenti ex ACS venivano alloggiati presso diverse sedi, in funzione della disponibiltà: oltre che alla foresteria sottufficiali, alcuni venivano sistemati sopra il minuto mantenimento ed altri (gli “infiltrati”) presso le compagnie ove prestavano servizio.
Era questo il caso dei veterani Erminio Cardarelli e Artemio Scavazzini, entrambi in servizio alla prima compagnia, che condividevano la camerata 17, al primo piano della palazzina AUC.

Attraverso una fitta attività diplomatica, i due amici si erano procurati il necessario per trasformare il loro alloggio in un’accogliente dependance del circolo sottufficiali: registratore a nastro e mangiadischi, sedie e sgabelli in quantità adeguata, piatti di ceramica, bicchieri di vetro, posate di metallo, pentole e persino, autentico capolavoro di negoziazione, una cucina a gas a tre fuochi con tanto di bombola. Naturalmente, non mancava una cospicua dotazione di generi di conforto, liquidi e solidi.

Come noto, l’ultimo treno giungeva ad Aosta intorno a mezzanotte, l’ora ideale per uno spuntino notturno. E così, ogni domenica sera, un gruppetto di sergenti confluiva furtivamente verso la camerata 17, in ansiosa attesa di chi, rientrando da un 36 o da un 48 ore, avrebbe fornito le vettovaglie. Grazie a questa encomiabile tradizione, venne condivisa la conoscenza di tesori gatronomici quali il bagoss, l’asiago a vari livelli di stagionatura, la soppressata, i tomini elettrici di Chiaverano e molti altri. Addirittura, una volta il sergente Felicetti, comasco, a corto di prodotti artigianali locali, portò un salame ungherese: piuttosto che ammettere di averlo acquistato in una comune salumeria, raccontò che gliel’aveva portato un amico di Varese, che era stato in vacanza a Budapest. Nessuno gli credette (chi mai sarebbe andato in vacanza a Budapest fuori stagione?), ma il salame venne comunque spazzolato in pochi minuti.

In un programma così ambizioso, naturalmente, non tutto poteva funzionare alla perfezione ed infatti, una domenica sera , si verificò un serio inconveniente.
Il sergente Giudici, bresciano, rientrò dal permesso con un pacco dall’odore piuttosto penetrante, e riferì agli affamati della 17 che si trattava di un formaggio tipico sardo, non in commercio, il casu marzu.
“ E cosa vorrebbe dire casu marzu ?” chiese Scavazzini.
Giudici lo guardò come se, novello Gregor Samsa, si fosse improvvisamente trasformato in uno scarafaggio:“Voi di là del Mincio capite solo il dialetto veneto. E’ evidente che casu marzu significa ‘fatto in casa nel mese di marzo’, non mi sembra che occorra essere dei grandi geni per capirlo”.
La spiegazione venne ritenuta valida e, nella penombra della camerata 17, la specialità venne gustata, non senza commenti lusinghieri “Però, che gusto particolare. Sembra pecorino ma è morbido e pastoso, molto delicato”. Ne avanzò un buon pezzo, che venne sistemato sulla finestra, accanto alla branda di Artemio. Fu proprio lui, il mattino seguente, a fare la tragica scoperta, e le sue urla furono udite persino da Fiorenzo, quel giorno ufficiale di servizio, all’ufficio comando compagnia a pianterreno “ El xè pien de vermi, el formai el xè pien de vermi, che schifo !!!”. E così, in modo inatteso a traumatico, Scavazzini scoprì la caratteristica che fa del casu marzu un prodotto (fortunatamente) unico. Addirittura, Artemio sostenne che il formaggio si era spostato da solo, durante la notte, ma forse fu solo un fatto di autosuggestione.
Giudici venne ricoperto di insulti, e la sua posizione si aggravò alcuni giorni dopo, quando l’alessandrino Antonelli rientrò da una licenza per motivi di studio: “Mio cugino ha fatto la naja nella VAM, al poligono del Salto di Quirra a Perdasdefogu, in Sardegna. Mi ha detto che casu marzu significa ‘formaggio marcio’. I militari americani lo chiamano con disprezzo rotten cheese !”

L’incidente fu presto superato, ed il programma di scambi cultural-culinari proseguì con successo, fino a culminare nel week-end dedicato alla Liguria.
Quel fine settimana il ligure Zanetti annunciò che, al rientro dal permesso a Savona, avrebbe portato del pesto preparato da sua madre e, in mancanza delle canoniche trenette, diede disposizioni a Cardarelli e Scavazzini di allestire il necessario per una spaghettata notturna.

E così, quella domenica notte, mentre gli spaghetti cuocevano e il solito gruppetto vegliava in trepida attesa, Zanetti fece il suo ingresso trionfale nella 17, sistemando con orgoglio un vasetto di pesto sul tavolo. “O belin, è pronto da mangiare? Mi raccomando, che gli spaghetti siano cotti bene ma al dente”. Scavazzini, addetto alla cottura, non se la sentì di accollarsi tutta la responsabilità: “Guardate anche voi se vi sembrano cotti a sufficienza”.
Si tenne un veloce consulto, ma le opinioni non erano concordi. Fu il valtellinese Garzanti, di Sondrio, a superare l’impasse con un autentico colpo di genio: “Vi dico io come si fa. Lanciamo uno spaghetto sul soffitto, se rimane attaccato vuol dire che è cotto al punto giusto”. Il metodo, empirico ma efficace, fu accettato e immediatamente messo in pratica: lo spaghetto rimase appiccicato al soffitto, con una curiosa forma ad esse, testimone silenzioso di una cena bene preparata e molto gradita.

Le cenette notturne, sempre sotto l’egida dello spaghetto volante, proseguirono fino a quando, inevitabilmente, il gruppetto ruppe le righe per il congedo.
Erminio Cardarelli divenne tutore dell’ordine a Carrara, Artemio Scavazzini fotografo a Verona, Enrico Felicetti avvocato a Como, e ciascuno seguì la propria strada.

Ma, come nelle migliori tradizioni alpine, non si persero mai di vista e puntualmente, cinque lustri dopo, si ritrovarono ad Aosta per celebrare il venticinquesimo del congedo.
Vennero accolti con la consueta ospitalità dal comandante che, al termine della visita in Cesare Battisti, acconsentì di condurli alla mitica camerata 17, luogo di tanti ricordi.
“ Vi ricordate quella volta del formaggio coi vermi? E quell’altra che, per verificare la cottura, abbiamo lanciato uno spagh…” Cardarelli si bloccò con un dito puntato verso il soffitto.
“ Cosa c’è, Cardarelli, hai perso la parola?”
“ E’ lì, lo vedo, lo spaghetto è ancora lì. Guardate bene, vi dico che è lì !” Ed in effetti Cardarelli aveva ragione, lo spaghetto era ancora lì: ricoperto da varie mani di intonaco, la sua inconfondibile forma ad esse era ancora ben visibile, ricordo forse piccolo ma prezioso dei bei tempi.

Il tempo passa in fretta e, quindici anni dopo, il gruppetto di amici, con i capelli bianchi e qualche chilo in più, si ritrovò ad Aosta per il quarantesimo anniversario, in visita a quello che nel frattempo era diventato il Centro di Addestramento Alpino.

Con la consueta cortesia, il comandante li accompagnò nella visita della Cesare Battisti ma, alla richiesta di visitare la 17, li attendeva una sorpresa:
“ Sì, ho sentito parlare dello spaghetto volante -disse il colonnello- ma credo proprio che non ci sia più, l’ala è stata completamente ristrutturata. E comunque, non posso farvi entrare perché vi alloggiano le Alpine”.

O tempora o mores !
 

Grigioni Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.

 

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