Un posto al sole
di Mario Grigioni

 

La televisione ci ha ormai abituati a vedere i nostri militari che, dotati di sofisticate attrezzature hi-tech, vanno alla ricerca delle micidiali mine e di altri ordigni esplosivi, altrettanto pericolosi, presenti in gran numero nei teatri operativi ove essi sono dislocati.  Tuttavia, è sempre emozionante vedere la professionalità e la sicurezza con cui i ragazzi in divisa svolgono questo delicato compito.
Anche gli AUC e gli ACS degli anni sessanta, pur se in modalità molto più ruspanti, avevano spesso l’opportunità di andare a caccia di bombe inesplose quando, al termine delle esercitazioni a fuoco, erano incaricati di effettuare la bonifica del poligono. Era un’attività non particolarmente amata: non tanto per il rischio, per altro minimo, che essa comportava, quanto per il fatto che si svolgeva in luoghi desolati, con lunghe e faticose camminate con lo sguardo perennemente rivolto al suolo. Era vietato distrarsi, non si poteva nemmeno ammirare il panorama !

Intorno alla bonifica poligono fiorivano aneddoti e storie che, benchè nessuno potesse testimoniarne la veridicità, si tramandavano di generazione in generazione, arricchendosi di particolari ad ogni passaggio, fino a divenire delle vere e proprie leggende.

Si raccontava, ad esempio, di quel maresciallo artificiere che, per fare brillare le bombe SRCM inesplose, le prendeva disinvoltamente a calci: senz’altro una testimonianza di fiducia nei confronti dei mitici Vibram ma, forse, un’esibizione di sprezzo del pericolo non strettamente necessaria…
In un’altra versione, il temerario raccoglieva le SRCM inesplose, anche se prive della sicurezza di traiettoria, direttamente a mani nude, e le lanciava e rilanciava fino a farle esplodere.
Durante una bonifica del poligono mortai, invece, si narrava di un AUC che si trovò letteralmente fra i piedi, a pochi centimetri di distanza da essi, l’ogiva di una bomba inesplosa, con la spoletta affiorante dal suolo come un maligno fungo. Fu salvato dall’occhio di falco dell’artificiere che, avvistato in tempo il pericolo, urlò al distratto allievo di congelarsi sul posto. E’ difficile comprendere per quale legge fisica una bomba di mortaio, che impatta il suolo quasi ortogonalmente, possa poi interrarsi, ruotare di 180 gradi e riaffiorare capovolta. Ma si sa, le leggende non sono costruite su basi rigorosamente scientifiche…

Quel giorno di fine settembre a La Thuile, però, l’AUC Osvaldo Brambilla, milanese, fu davvero protagonista di un’avventura (a lieto fine, fortunatamente) difficile da dimenticare.

Il plotone bonifica, quel giorno, era composto da AUC ed ACS, al comando del sergente maggiore artificiere De Santis. Aveva il compito di rastrellare la zona nei pressi della prima cascata del Rutor, sulla destra orografica del torrente, alla ricerca di un paio di cariche cave che, sparate dal cannone senza rinculo trasversalmente alla valle, si erano schiantate sul roccione verticale senza esplodere. Al reparto erano aggregati due AUC trasmettitori che, grazie alle radio CPRC26 di cui erano dotati, avevano acquisito la qualifica di “stazioni radiomobili ricetrasmettenti”, rispettivamente con i call-sign Falco Uno e Falco Due. Il loro capomaglia Falco, al secolo il sottotenente Fiorenzo, quel giorno non era stato particolarmente originale nella scelta dei nominativi.

Ben allineato, e con quaranta paia di occhi bene aperti (le cariche cave, si sa, sono brutti clienti), il gruppo si addentrò nella zona da bonificare, il cui squallore contrastava clamorosamente con la bellezza della valle: era una  desolata pietraia, con vegetazione rada e spelacchiata, non frequentata da anima viva. I minacciosi ed eloquenti cartelli “Zona militare, pericolo di morte, bombe inesplose, vietato l’accesso” disseminati ovunque, tenevano alla larga anche i turisti più ardimentosi.
Dopo oltre un’ora di ricerche infruttuose e frustranti, Brambilla decise di concedersi un break. Riuscì a defilarsi senza dare nell’occhio e, avvistato a breve distanza un masso dall‘aspetto invitante, vi si avviò con l’intenzione di sedersi per cinque minuti di relax. Sfortunatamente, però, la stessa idea era venuta ad una vipera che, ben pasciuta e mimetizzata nel proprio habitat, aveva già occupato il posto e si stava godendo il tiepido sole di fine estate. Brambilla non la vide, e così l’incontro fra i due estranei fu inevitable: proprio mentre stava sedendosi, l’AUC percepì un fruscio attraverso la stoffa della tuta mimetica e, balzato in piedi, con la coda dell’occhio vide il serpente che stava cercando di allontanarsi.

“Aiuto, aiuto, la vipera, la vipera !!!” urlò il malcapitato, squarciando il silenzio della valle. I compagni lo raggiunsero e, dopo un veloce controllo visivo, constatarono con sollievo che non vi erano tracce di morsi. Mentre qualcuno cercava di minimizzare “Ma va là, sarà stata una lucertola”, un gruppetto di coraggiosi si mise in caccia. Il rettile, forse intontito dal parziale schiacciamento subito, non fu abbastanza lesto a fuggire: stanato con la baionetta da un anfratto ove stava cercando riparo, venne finito a colpi di pietra.
Mentre un trasmettitore lanciava l’allarme via radio “Falco qui Falco Uno, avvisate il dottore, portiamo giù uno che si è seduto su una vipera, sembra che non si sia fatto niente”, il tremante Brambilla fu accompagnato al campo.
 Il dottor Locatelli era pronto ad accoglierlo, ed  una attenta visita confermò che lo sgradito incontro non aveva provocato danni, se non al sottosistema ecologico della valle. Il capo di forma triangolare e la greca sul dorso del rettile, portato a valle in un sacchetto di plastica, confermarono che si trattava effettivamente di una vipera, senza dubbio. Tutto sommato, era andata davvero bene.

Il sottotenente medico Giovanni Locatelli, bergamasco, bravo e simpatico a tutti, di solito aveva la pacatezza di chi è abituato ad agire secondo scienza e coscienza. Nella vita civile era anestesista-rianimatore, quindi non era certo facile ad impressionarsi. Quel giorno, però, quando gli vennero riferiti i detttagli della vicenda, perse per qualche istante il suo aplomb e, affacciatosi sulla soglia della tenda-infermeria, redarguì la piccola folla che vi si era radunata “Ma insomma, vi dico sempre di stare attenti, come si fa ad essere così imbranati. E poi, se proprio decidete di farvi mordere, almeno fatevi beccare ad un arto. Se la vipera vi morsica il culo, mi sapete dire dove metto il laccio emostatico ?”

Nessuno rispose alla domanda, forse retorica, posta dal dottore. Però un AUC di buona volontà, recependone il significato più profondo, inchiodò i resti della vipera ad un larice, proprio davanti alla tenda del Brambilla, ove rimase finchè un rude sottufficiale non intimò di farla sparire in tempo zero. Sic transit gloria mundi.

 

Grigioni Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.

 

Torna alla pagina iniziale