Missione a sorpresa
di Mario Grigioni
Quel gelido giorno di gennaio negli anni sessanta, il sergente AUC Fiorenzo, in servizio presso il battaglione Pieve di Cadore, dovette farsi ripetere l’ordine due volte, temendo di avere capito male. “Domani, tu e la squadra esploratori siete comandati in Val d’Oten -gli aveva detto il capitano Gobetti al rapporto ufficiali- per completare l’allestimento della pista di fondo, ove si terranno i campionati di brigata”. “Scusi, signor capitano, dobbiamo andare fino in Val d’Aosta ?”. “Ma no, Fiorenzo, non ho detto Valdotaine o Valdoten, ho detto Val d’Oten! E’ una valle qui vicino, nei pressi di Calalzo di Cadore! (E questo sarebbe il comandante degli esploratori, pensò il capitano…)”
La missione ebbe inizio il mattino successivo, quando Fiorenzo salì al posto di capo macchina, in cabina del CL diretto in Val d’Oten. Lo guidava il caporale Innocente Vedovatti, detto Nucc, valtellinese, uno degli autisti più esperti del battaglione. Di professione scalpellino riquadratore, Vedovatti era abile anche alla guida dei mezzi pesanti, nelle cave di serpentino in Valmalenco. Avere lui al volante, con le strade piene di ghiaccio e di neve, era una garanzia di sicurezza. Anche se, come tutti sanno, sotto naja le sorprese sono sempre in agguato…
Dopo un tragitto breve, pieno di sobbalzi e di sbandate sul ghiaccio di una strada sterrata (poco più che una mulattiera), che ne costituiva l’unico accesso, l’incontaminata Val d’Oten comparve in tutta la sua bellezza. La pista di fondo, già tracciata e battuta, si inoltrava fra i pini coperti di neve farinosa, ricordando certi paesaggi norvegesi o finlandesi, che Fiorenzo aveva fino ad allora visto soltanto in cartolina. Anche il freddo non era da meno.
“Signor maggiore, sono arrivati da Tai gli esploratori, quelli dei nodi”, riferì un tenente a cui Fiorenzo si era messo a rapporto. Ed in effetti, quello era il compito assegnato a Fiorenzo ed alla sua squadra: transennare la tribuna d’onore con una serie di piccozze, collegate fra di loro tramite corde da roccia annodate a regola d’arte. La squadra si mise al lavoro, non senza i prevedibili mugugni (“Se i doveva far i groppi, i podeva ciamar la marina!”) mentre Fiorenzo, che sapeva a malapena fare la versione più semplice del nodo delle guide, osservava il lavoro con attenzione e con malcelato imbarazzo.
Mentre era concentrato sul compito, si avvicinò il sergente maggiore Pasquale De Giovanni, abruzzese, magazziniere presso la caserma di Tai: “Ehi Fiorenzo, guarda che meraviglia di pista, liscia come un bigliardo. Cosa ne dici se ci facciamo un giro? Tanto, gli alpini stanno lavorando, è inutile che stiamo qui a congelarci”. Sempre timoroso di fare figuracce Fiorenzo, cittadino in mezzo a tanti montanari, prima di rispondere prese le misure al sergente maggiore. L’esito fu soddisfacente: De Giovanni, alto meno di un metro e settanta, era magro e già avanti negli anni (una trentina abbondante); inoltre, era sempre chiuso in magazzino o in fureria, non poteva essere troppo allenato… “D’accordo, De Giovanni, ottima idea, mettiamoci in pista”.
I Vittor Tua da 180 cm. furono rapidamente configurati per il fondo, liberando gli attacchi Kandahar dai ganci posteriori in modo da potere piegare la suola dei Vibram e, dopo una veloce stretta di mano, i due sottufficiali si misero in pista. Già dai primi passi, Fiorenzo capì che qualcosa non quadrava: De Giovanni macinava un passo alternato fluido ed armonioso, sembrava sfiorare la neve, distendendo una lunga falcata senza alcun apparente sforzo. Fiorenzo cercò di tenere il passo ma in breve, maledicendo il momento in cui aveva accettato la proposta, vide De Giovanni prendere inesorabilmente il largo. La distanza aumentò progressivamente finchè, mentre Fiorenzo arrancava sempre più, De Giovanni scollinò dietro un dosso e scomparve dalla sua vista, procedendo per conto proprio, sempre più veloce. Rimasto solo, Fiorenzo spinse al massimo nel patetico tentativo di recuperare ma, nulla da fare: il traguardo (e la temuta figuraccia) si avvicinava rapidamente. Ma, quando ormai le speranze erano perse, ecco che, laggiù in fondo, un’esile figura in grigioverde era ferma a lato della pista: era De Giovanni che, mostrando una signorilità che soltanto i meridionali sanno avere, si era fermato ad attenderlo.
Senza dire una parola, De Giovanni attese che Fiorenzo lo raggiungesse; poi, sempre in silenzio, si riavviò al suo fianco e, percorso il breve tratto rimanente, i due giunsero al traguardo affiancati. Un’altra veloce stretta di mano, naturalmente senza parole, e De Giovanni pattinò veloce verso il suo camion-magazzino, parcheggiato poco distante.
Gli esploratori, che nel frattempo avevano terminato di annodare le corde e bighellonavano in zona traguardo, assistettero alla scena e non mancarono di commentare: “Però, sergente, mica male, è riuscito a stargli dietro al De Giovanni!”. “Ehm, sì, si fa quel che si può -rispose Fiorenzo visibilmente imbarazzato- ma perché?”. “Ah non lo sapeva, De Giovanni è stato più volte campione italiano di fondo veloce in tecnica classica, di solito quello lì dà la paga a tutti”.
Ormai si era fatto tardi, l’oscurità incombeva ed il freddo era sempre più intenso, era ora di rientrare. Gli autisti, che per tutta la giornata erano rimasti accanto ai loro mezzi accendendone periodicamente i motori, si erano riscaldati con un bel fuoco e con un pentolone di vin brulè. Nonostante il freddo intenso, sembravano stranamente di buon umore…
Fiorenzo salì sul camion di Vedovatti, fiducioso come sempre. Quando però, anziché imprecare come al solito contro la naja, il freddo, il ghiaccio e la frizione che strappava, il Nucc avviò il mezzo fischiettando il trentatré, Fiorenzo incominciò a preoccuparsi. Le preoccupazioni aumentarono fino a divenire certezza quando, dopo l’ennesima sbandata sul ghiaccio, Vedovatti sbottò in un improbabile “Op-là, dérapage controlè!”.
L’autista percepì la preoccupazione del suo capo macchina, che fissava impalato la strada senza parlare e, con voce non proprio limpida, volle rincuorarlo: “Ch’el staga pur tranquill, sciur sergent, ul veciott ve mena tucc a baita”.
Innocente Vedovatti fu di parola. Il precario viaggio si concluse senza danni grazie all perizia del guidatore, ad un pizzico di fortuna e, molto probabilmente, all’intervento di colui che a Milano è noto come “el Signur d’i ciucch”.
Grigioni
Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente
presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina
alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore
di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.
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