Libertà condizionata
di Mario Grigioni

 

Un recente decreto governativo ha riportato, sia pure in misura minima, le uniformi grigio-verdi nelle principali città italiane. Non senza una certa sorpresa (almeno da parte dei più giovani) i militari dell’esercito sono comparsi, a fianco delle forze dell’ordine istituzionali, a presidio dei cosiddetti “obiettivi sensibili”, quali ad esempio il Duomo di Milano.

La novità è stata accolta in modo largamente favorevole anche se, come succede sempre in Italia, non sono mancate le voci dissonanti. Tuttavia, è difficile comprendere a chi, a parte i potenziali “clienti” del servizio (borseggiatori, scippatori, spacciatori, terroristi etc.), potesse dare fastidio la presenza dei bravi ragazzi in divisa.
Il vecio Fiorenzo ne fu particolarmente compiaciuto: da allora, quando si reca in visita al Duomo, si sistema in coda in modo da essere controllato dal militare dell’esercito, anziché dal poliziotto o dal carabiniere. Così facendo, forse per una forma di regressione infantile che non ammetterà mai, Fiorenzo immagina che gli dicano “buongiorno signor tenente, apra la borsa per cortesia”…

La situazione era ben diversa nei remoti anni sessanta quando, per regolamento, i militari di leva vestivano l’uniforme “h 24 x 7”, per dirla nel gergo di allora. Nelle città ad alta densità militare, quali ad esempio Aosta, durante l’orario di libera uscita, in Piazza Chanoux le divise superavano ampiamente gli abiti borghesi. E probabilmente, anche fra i presunti borghesi, si celavano molti militari “in incognito”…

Oltre a prescrivere l’uniforme, come noto, il regolamento contemplava numerosi obblighi ed ancora più numerosi divieti: non uscire dai confini del presidio; non tenere le mani in tasca; portare sempre il cappello all’aperto, ma non portarlo mai al chiuso; se in buona compagnia, dare la destra alla ragazza ma non tenerla a braccetto, in modo da avere la mano libera per salutare militarmente i superiori; etc. etc.
Per la verità, agli ufficiali era consentito vestire in borghese quando erano liberi dal servizio ma, salvo eccezioni, nessuno lo faceva. Del resto, chi mai avrebbe barattato con un anonimo paio di jeans l’elegante diagonale che faceva, come si direbbe oggi, “una porchissima figura” ?

Una domenica d’estate il sergente Artemio Scavazzini, in servizio alla prima compagnia, si recò in visita alla “zia” di Chatillon e, terminato il pranzo a base di polenta e baccalà, il suo piatto preferito, decise di concedersi un’ora di libertà: in jeans, pullover rosso e scarpe da tennis, accompagnò la “parente” in pasticceria e, dopo un gelato al pistacchio con cioccolato caldo e miele, la prese a braccetto per una bella passeggiata nel centro del paese.
Il traffico era quasi nullo, il cielo terso, la temperatura mite: l’ambiente ideale per un romantico relax.

Improvvisamente, l’atmosfera idilliaca venne turbata dal rombo di un motore: era una vecchia Simca verde, con a bordo una famigliola in gita, che saliva arrancando lungo la ripida strada. Giunta nei pressi di Scavazzini, l’auto rallentò vistosamente, e il conducente cominciò a fissarlo con ostentazione. Per avere una migliore visibilità in salita, l’autista si aggrappò al volante e, in una buffa posizione eretta, proseguì tenendo lo sguardo fisso sul sergente. A passo d’uomo, la Simca superò Scavazzini ma gli occhi dello sconosciuto, come se fossero agganciati da un congegno di puntamento agli infrarossi, non lo mollarono. Ma che cosa voleva?

Proprio mentre eseguiva il classico gesto del “Che c. vuoi?”, muovendo ritmicamente la mano con le punte delle dita riunite, Artemio si congelò sul posto: aveva riconosciuto il guidatore della Simca, era il capitano Beppo. Lo sguardo implacabile del capitano non tradì alcuna emozione e, mentre il sergente trasformava il gestaccio in un patetico “ciao ciao” con la manina, l’auto accelerò e scomparve oltre la curva.

Il giorno dopo, alla riunione del lunedì mattina, Scavazzini sembrava meno allegro del solito.
“Cosa c’è, Artemio, qualcosa non va?“ chiese Fiorenzo, il suo comandante di plotone.
“No, è che ieri sono stato a mangiare il baccalà da mia zia a Chatillon, forse mi è rimasto sullo stomaco…“

Il capitano Beppo descrisse le attività operative previste per la settimana, elargì copiosamente i consueti cazziatoni di routine ma, dopo avere chiuso il meeting con il canonico “Questo è quanto, e più di tanto non garantisco”, aggiunse un’appendice imprevista:
“E lei, Scavazzini, quanti ne vuole ?”
“Eh scusi signor capitano, sa com’è, la zia voleva mangiare il gelato…”
“Questi sono affari suoi -il sorriso sornione del capitano contrastava col tono assai burbero- lei non sa che, chiedendo il permesso, può uscire in borghese, se vuole ? Si ricordi che lei è un sottufficiale, non un alpinaccio conducente di mulo. E se preferisce andare in giro col maglione rosso anziché con la divisa, peggio per lei”.

La notizia venne mantenuta riservata in modo che, la sera successiva, i sergenti della prima compagnia potessero mettere in atto una clamorosa azione dimostrativa. Approfittando del fatto che era di servizio il sottotenente Fiorenzo, che non avrebbe creato difficoltà, chiesero tutti il permesso di uscire in borghese e, all’ora della libera uscita, si radunarono davanti alla palazzina AUC. Uscirono tutti insieme, nei loro variopinti abiti borghesi, indirizzando ampi gesti dell’ombrello ai colleghi della seconda compagnia che, ignari della possibilità concessa dal regolamento, li osservavano sbigottiti temendo che si fossero ammutinati.

La moda dell’uscita in borghese durò poco. Del resto, come aveva detto il capitano Beppo, se proprio qualcuno voleva andare a spasso per Aosta in jeans e pullover, peggio per lui…

Il decreto che autorizza l’impiego dell’esercito nelle grandi città, visto il successo dell’iniziativa, è stato prorogato. Per quanto riguarda Milano, il servizio verrà garantito, come in passato, dagli artiglieri della Perrucchetti, le gloriose Voloire.
Non sono Alpini, ma pazienza. Non si può avere tutto dalla vita !

 

Grigioni Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.

 

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