Fuoco Amico
di Mario Grigioni
Fra il materiale didattico utilizzato da quasi tutte le Business School del mondo, spicca il famoso video “Bolero”, nel quale Zubin Mehta dirige la Boston Symphony Orchestra in una scintillante esecuzione del capolavoro di Maurice Ravel. Il maestro conduce lo spettatore attraverso le prove d’orchestra e spiega come, benchè apparentemente semplice, il Bolero di Ravel sia uno dei pezzi più difficili da orchestrare e da eseguire. Il tema, ripetitivo fino all’ossessione, viene introdotto dal flauto solista e ripreso, in crescendo, da altri solisti e gruppi di strumenti, fino al gran finale eseguito dall’intera orchestra. Per una perfetta esecuzione, è necessario che ciascun solista rispetti rigorosamente i tempi di intervento e la gamma di tonalità assegnata, altrimenti il gran finale risulterà stonato.
Il video dimostra, in modo immediato ed efficace, che il successo di un progetto si basa sul contributo di ciascun membro del team e, per questo motivo, viene ampiamente utilizzato per le sessioni di Team Building e di Leadership.
Mutatis mutandis, quel giorno di fine inverno di tanti anni fa in Cadore, accadde proprio ciò che il maestro Mehta paventava: il “gran finale” di un’importante esercitazione a fuoco venne penalizzato dall’intervento intempestivo di un team player, nella fattispecie un plotone di Alpini paracadutisti giunti da Bolzano.
Le esercitazioni invernali, svoltesi nello splendido scenario del Passo San Pellegrino, volgevano al termine e, dopo parecchie settimane di preparazione, tutto era pronto per il gran finale con i relativi botti. L’assunto tattico rifletteva il più classico degli scenari: un immaginario obiettivo, sito a mezza costa fra il San Pellegrino ed il Passo delle Selle, sarebbe stato battuto dai 105/14 in postazione a Falcade (a sette Km di distanza), e poi attaccato dal basso ed ai lati da due compagnie fucilieri. Infine, con un innovativo (per quei tempi) intervento di elicooperazione, un elicottero avrebbe sbarcato un commando di Alpini paracadutisti a monte dell’obiettivo, con il compito di conquistarlo dall’alto, sciando. In realtà, il RAL Cadore non disponeva di un elicottero sufficientemente capiente; così, il plotone sarebbe salito con le pelli di foca fino al Passo delle Selle e, al momento opportuno, un AB204 col solo equipaggio a bordo avrebbe effettuato un touch and go simulando lo sbarco. Un razzo verde, al termine degli sbalzi a fuoco dei fucilieri, avrebbe dato il via alla discesa dei parà, il momento più spettacolare della giornata, degna conclusione di un ciclo addestrativo tanto impegnativo.
Tutti i reparti impiegati erano sul posto da settimane, ed i loro interventi erano stati provati e riprovati. Soltanto i parà arrivarono con appena un giorno di anticipo, ma si vide subito che, come suol dirsi, avevano una marcia in più: snelli, di media statura ed atletici, erano dotati di FAL con calciolo metallico ripiegabile, invidia di tutti gli Alpini “normali”. Li comandava il tenente Giancarlo Moda, toscano di Grosseto che, con linguaggio colorito, non mancò di stigmatizzare le decisioni del suo Comando: “Maremma maiala, quei bischeri ci hanno tenuti a fare muffa a Bolzano anziché mandarci ad allenare in questo paradiso. Ora si va su a fare una ricognizione”. “Ma sei sicuro, Moda, di andare su adesso? Fra poco sarà buio, guarda che appena sotto al passo ci sono delle roccette affioranti, e poi è pieno di cunette, come farai a vedere i dislivelli?”. “Gli è naja alpina, vedremo di aggiustarci”, concluse il coraggioso ufficiale e, senza perdere tempo, si mise in pista alla testa del suo plotone. Dopo circa un’ora, un’akya riportò a valle lo sfortunato Moda, vittima del tipico incidente sciistico di quei tempi: frattura composta di tibia e perone. Mentre le sue imprecazioni echeggiavano nella valle, il comando venne rilevato dal suo vice, il neo-promosso sergente di complemento Francesco Tonon, friulano, visibilmente emozionato e preoccupato per l’inattesa responsabilità che l’attendeva.
Venne finalmente il grande giorno. Il sergente AUC Fiorenzo e la sua squadra, come nei giorni precedenti, erano comandati di servizio all’osservatorio, che per l’occasione sarebbe stato gremito di autorità civili e militari, ansiose di godersi lo spettacolo. Per gli addetti ai lavori era de rigueur la tuta bianca che, chissà perché, faceva sentire un po’ più Alpini, e l’indossarla dava sempre una certa emozione. La vestizione venne chiosata dalle immancabili battute: “Ciò, Perathoner, te me pari la réclame de la Zanussi”. “E ti, insulso, se i te mete una pipa in boca e una scova in man, te pari l’ometo de neve de Cencenighe”.
Anche i parà vestirono la tuta bianca e, fortunatamente, vennero dotati di un ulteriore accessorio che si sarebbe rivelato provvidenziale: un telo double face, bianco da una parte e rosso dall’altra, con l’ordine di esporlo con il rosso bene in vista in caso di pericolo.
L’esercitazione ebbe inizio, secondo i ritmi previsti: prima il tuono dei 105/14, poi gli sbalzi in salita dei fucilieri, contrappuntati dal crepitio delle armi a tiro teso e dai botti delle SRCM, poi il flop-flop dell’AB 204 in avvicinamento ed infine… dal passo delle selle spuntò la tuta bianca di Tonon che, seguito dai suoi uomini in fila indiana, evitò le roccette con un paio di stemm-christiania ben raccordati, e poi puntò deciso a valle, verso l’obiettivo. All’osservatorio Bepin Perathoner, occhio di falco, diede di gomito a Fiorenzo “ma Sergente, ha visto il razzo verde ? Io no, e poi gli assaltatori stanno ancora sparando, quei mona sono partiti troppo presto”. Aveva ragione: dopo pochi secondi, una ventina di macchie rosse (i teli d’emergenza) spuntarono improvvisamente sulla neve, poco sopra l’obiettivo. Subito dopo, dai vari posti di comando vennero sparati numerosi razzi rossi, che posero fine all’esercitazione, fortunatamente prima che qualcuno potesse farsi male. Forse fu eccessivo definirlo un miracolo, come fece in seguito il malcapitato Tonon, comprensibilmente scosso, ma quantomeno il “fattore charlie” svolse un ruolo decisivo.
Il più deluso per quella conclusione anticipata fu il capitano Aristide Zambon, anziano e prossimo al pensionamento. Zambon, ormai privo di incarichi operativi in vista del congedo, aveva chiesto ed ottenuto di concludere la sua onorata carriera con “il grande botto”: un colpo singolo di cannone senza rinculo che, sparato contro un masso non distante dall’osservatorio, avrebbe chiuso in bellezza l’esercitazione. Zambon aveva da tempo individuato il suo obiettivo personale e, ogni giorno, conduceva sul posto la squadra controcarro per fare le prove di puntamento. Data la simpatia di cui godeva il bravo ufficiale, il “grande botto del capitano Zambon” era atteso come il vero clou della giornata, e sarebbe stato seguito da un applauso corale.
Quando vide i teli dei parà e la salva di razzi rossi, Zambon si rese conto che non ce l’avrebbe fatta, ma volle tentare ugualmente. “Base SanPel, qui Roccia Uno, posso sparare ?”. “Negativo Roccia Uno, razzi rossi, fine esercitazione, passo e chiudo”.
E così, a malincuore, Zambon armò la pistola Very e sparò il razzo rosso: l’ultimo della giornata e, probabilmente, della sua vita militare.
La sera, al bar della pensione nella quale alloggiavano gli ufficiali subalterni ed i sottufficiali, alcuni turisti tedeschi vollero offrire da bere al gruppetto di cui faceva parte Fiorenzo: “Occi quardato foi con grandi binocoli. Alpini tanto bravi. Ma perkè tutti qvesti razzi rossi ?”. Come al solito, Paterlini fu il più lesto a rispondere “E’ una tradizione italiana. Dopo un’azione così brillante, si sparano i razzi rossi per fare festa”. “Ah, zì, ciusto, noi fisto anche in Napoli. Foi ‘taliani sempre voghlia di fare festa !”
Grigioni
Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente
presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina
alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore
di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.
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