La Fabbrica del Duomo
di Mario Grigioni
La montagna, come noto, non divide ma bensì unisce le popolazioni che abitano le sue valli, ed
uno degli esempi più significativi riguarda addirittura il Monte Bianco. Infatti, documenti
dell’epoca attestano che annualmente, nel sedicesimo secolo, un gruppo di ardimentosi
Chamoniardi si recava in pellegrinaggio a Courmayeur, per assistere alla Messa solenne di
Ferragosto.
Tuttavia, negli anni sessanta del secolo scorso, vivere in montagna era piuttosto duro, specie per
coloro che abitavano in località al di fuori dei principali circuiti turistici. Il grande boom dello sci,
alimentato dai trionfi della Valanga Azzurra di Mario Cotelli e di Gustav Thoeni, non era ancora
apparso all’orizzonte, e spesso le risorse localmente disponibili erano scarse.
Le tante auto con targa straniera, parcheggiate nei vicoli dei villaggi alpini durante le feste
natalizie e le ferie estive, testimoniavano l’entità del fenomeno migratorio, ancora presente in quegli
anni. Coloro che, per scelta o per assenza di alternative, decidevano di non allontanarsi dalle loro
valli, dovevano adattarsi a svolgere i più disparati mestieri per, come suol dirsi, sbarcare il lunario.
Il Piero, ad esempio, d’inverno faceva il maestro di sci in una piccola località sulle alpi retiche e,
d’estate, smetteva la sua rutilante divisa per trasformarsi in imbianchino, con canottiera d’ordinanza
e berretto confezionato con carta di giornale. Spingeva un carretto, da lui stesso costruito, sul quale
trasportava pennelli, scale e latte di vernice, ed aveva il volto arso dal sole e il torace pallido: a quei
tempi non esistevano i centri abbronzatura. Era meglio non chiedere al Piero quale dei due mestieri
preferisse, la domanda poteva suscitare reazioni imprevedibili…
L’Attilio, invece, d’inverno lavorava sull’unico impianto di risalita presente nel villaggio e,
d’estate, aiutava la moglie a gestire un piccolo rifugio, alle pendici del Bernina. Il suo compito
consisteva nel recarsi a valle, giornalmente, per prelevare e trasportare in quota le provviste. Per
fare ciò, egli lavorava in simbiosi con Pippo, un cavallo di taglia piuttosto piccola ma molto
robusto. Terminato il faticoso servizio, Pippo era libero di scorrazzare nell’ampio spiazzo erboso
antistante il rifugio, ed era il beniamino dei turisti. Un giorno Fiorenzo, che era solito frequentare
quei luoghi, ebbe la malaugarata idea di fare una domanda: “Senti Attilio, toglimi una curiosità,
dove lo tieni il Pippo d’inverno ?” La risposta fu agghiacciante:”Ah, ho fatto i conti, non mi
conviene mantenere un cavallo d’inverno, costa troppo. Ad ogni fine stagione lo macello e, fra
bresaole, salsicce e braciole tiro avanti tutto l’inverno. Poi a giugno vado al mercato di Sondrio e ne
compero un altro. Lo chiamo sempre Pippo così sono sicuro di non confondermi, e poi i turisti
credono che sia lo stesso cavallo tutti gli anni. Ogni tanto qualcuno mi chiede come fa a sembrare
sempre così giovane, io dico che è l’aria di montagna che lo mantiene in forma”
Il Gino, sfrusadur (così erano chiamati i contrabbandieri in Lombardia) della vecchia guardia,
faceva la spola fra il cantone dei Grigioni e la Valmalenco, portando una bricolla di peso mai
inferiore ai 30 kg. Era bello ascoltare i suoi racconti: “Forse i finanzieri mi avevano visto salire da
Poschiavo, sono apparsi all’improvviso su alla bocchetta, proprio vicino al cippo di confine. Erano
in due, con gli sci, li ho riconosciuti subito: il Gabriele di Tirano e il Nino, un calabrese, due tipi in
gamba. Io allora sono scappato di corsa giù per il ghiacciaio; ho saltato al volo il crepaccio
terminale e poi, sul duro, ho cominciato a fare la scarlighetta [scivolata] un po’ in piedi, un po’ sul
culo, e li ho seminati. E -aggiungeva il Gino con legittimo orgoglio- non ho nemmeno mollato la
bricolla. Il giorno dopo, mentre giocavo a carte alla casa del popolo, li ho visti entrare. Mi sono
stremito [spaventato] ma per fortuna hanno fatto finta di niente, hanno bevuto il loro bianchino e
sono usciti. Il Gabriele mi ha guardato come a dire ti aspettiamo alla prossima…”
Ma un modo molto originale per arrotondare, sia pure in misura modesta, il magro bilancio
familiare, era quello escogitato dai fratelli Collombin di La Thuile.
In quel freddo mese di novembre, il 48° AUC volgeva al termine, e la prima compagnia aveva
raggiunto La Thuile per le esercitazioni a fuoco di fine corso. La neve, molto abbondante, aveva già
fatto la sua comparsa, ed il Piccolo San Bernardo era chiuso; la strada statale sarebbe stata riaperta
solo a primavera inoltrata.
Quel giorno erano in programma i tiri dei mortai da 81 e l’AUC trasmettitore Fiorenzo, in coppia
con un ACS della quarta compagnia, era assegnato in servizio di vedetta al bivio di Pont Serrand.
Era una giornata grigia e gelida e, sistemata la postazione radio, i due si accinsero a trascorrere una
giornata poco movimentata. Essendo in servizio di vigilanza armata, teoricamente avrebbero dovuto
portare l’elmetto, ma nessuno lo faceva. Anzi, in quelle occasioni si apprezzava il tanto vituperato
berretto norvegese (il berretto da stupido), provvisto di provvidenziali paraorecchie.
“Hai letto Il deserto dei Tartari?”.
“Certo, me l‘hanno fatto leggere a scuola. La prof era fanatica di Buzzati”.
“Non ti sembra di essere il tenente Drogo? Chi vuoi che passi, con la strada chiusa e con questo
freddo?”. Nel frattempo i mortai, lontano dalla loro postazione, spararono la prima salva.
Si era appena spento l’eco dei colpi, quando il rumore di un motore agonizzante ruppe il silenzio,
e agli occhi delle due vedette comparve un camioncino: era così vecchio, polveroso e scassato che,
chissà perché, rammentò a Fiorenzo l’automezzo guidato dal tenente Henry in Addio alle Armi. Sul
pianale erano sistemati alcuni attrezzi da lavoro, e vi erano due persone a bordo. Si presentarono
come i fratelli Collombin, e spiegarono che avrebbero dovuto recarsi a riparare una baita di loro
proprietà, sita proprio nella zona quel giorno chiusa per i tiri; avevano una copia ingiallita di una
mappa catastale per comprovare il loro buon diritto. Fiorenzo chiese via radio istruzioni al
capomaglia, il sergente maggiore Barbieri, memoria storica delle trasmissioni in Smalp. Il
sottufficiale spiegò che i due fratelli erano comproprietari di un rudere abbandonato e, ogni volta
che la zona veniva chiusa per i tiri, si presentavano al posto di blocco dichiarando di volerci andare
a lavorare. In questo modo, avevano diritto ad essere indennizzati dall’Esercito per le ore di lavoro
perse. Facevano così da molti anni.
Quasi un anno dopo il sottotenente Fiorenzo, ufficiale addetto allo sgombero poligono, si ritrovò
nello stesso luogo, questa volta in posizione di capomaglia presso il centro campale trasmissioni,
vicino allo Chalet della Pineta di La Thuile. Le vedette, disposte nelle consuete posizioni,
bloccavano l’accesso alla zona di tiro dei mortai, e la vedetta Falco tre presidiava il bivio di Pont
Serrand.
Mentre l’eco della prima salva dei mortai andava scemando, il cicalino della radio di Fiorenzo
emise l’atteso bip-bip di chiamata. Ci siamo, pensò Fiorenzo brandendo il microfono:
“Stazione che chiama, avanti passo”
“Falco, qui la vedetta Falco tre dal bivio Papa Sierra, passo”.
“Avanti Falco tre” rispose Fiorenzo
“Falco qui Falco tre, sono arrivate due persone. Tenente mi dica quando è pronto a copiare, le
faccio lo spelling dei nomi”
“Negativo per lo spelling, sono i fratelli Rodolfo e Vincenzo Collombin, passo”
“Affermativo, i fratelli Collombin, confermo”. La voce dell’AUC di vedetta al bivio cominciò a
tradire qualche perplessità. Come faceva Fiorenzo a saperlo?
“Controlli il camioncino: ci sono due assi, un secchio da muratore con cazzuola, una pala e un
piccone”
“Falco, qui Falco tre, confermo. Chiedo istruzioni, passo”. Come faceva il tenente a vedere tutte
queste cose dalla lontana pineta di La Thuile? Nella zona non si vedevano telecamere…
“Falco tre, deve compilare un verbale di vedetta. Prenda un modulo, ci scriva le generalità dei
due, la targa dell’automezzo, l’ora di arrivo, il numero di particella catastale della proprietà. Firmi e
faccia controfirmare, ne dia una copia agli interessati”
“Ricevuto, vilco, qui Falco tre. Ma scusi tenente, come fa a sapere tutte queste cose?”
“Falco tre qui Falco. Che domanda sarebbe? Non le hanno spiegato che la vecchia tutto sa e tutto
vede? A proposito, si metta l’elmetto. Non lo sa che sta svolgendo un servizio di vigilanza armata?”
Al termine delle esercitazioni la vedetta Falco tre, al secolo gli AUC Bellotti e Zaltron, venne
prelevata dal CL di servizio. I due portavano ancora l’elmetto, ed il look insolto non mancò di
attrarre l’attenzione del conduttore, un vej della Monte Bianco:
“Ehi figli, siete stati in guerra oggi?”
“Fai presto tu a parlare, non sai che stiamo smontando da un servizio di vigilanza armata? E poi, è tutto il giorno che il nostro tenente ci tiene d’occhio”.
Grigioni
Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente
presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina
alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore
di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.
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