Colpo di fortuna
di Mario Grigioni
“Hai visto che roba, Lucio Settimio, ai nostri tempi avremmo già dovuto indossare la tunica
pesante…”. “Hai ragione, Tito Lucrezio, le stagioni non sono più quelle di una volta, ora possiamo
addirittura pranzare sul triclinio in giardino !”.
Si dice che le variazioni climatiche fossero argomento di conversazione già ai tempi dei Romani,
e forse è vero. Senza dubbio, però, i nati intorno alla metà del secolo scorso sono testimoni diretti di
una serie di fenomeni inquietanti: sparizione di ghiacciai sui quali loro stessi provarono il brivido
delle prime cordate, località sciistiche chiuse per mancanza di neve, addirittura crollo di vette che
ebbero l’emozione di scalare. Il cahier de doleances personale di Fiorenzo, ad esempio, è molto
lungo: la scintillante vedretta di Caspoggio, ridotta ad una grigia morena; il ghiacciaio Ventina,
raggiungibile solo con una lunga camminata dall’omonimo rifugio, un tempo ad esso adiacente; la
rustica ski area estiva di Scerscen, ridotta ad un ammasso di rovine dopo lo scioglimento del
permafrost; la vetta del Piccolo Cir, nei pressi del Passo Gardena, miseramente crollata con relativa
croce…etc. etc.
Chi, invece, ebbe la fortuna di andare per montagne negli anni sessanta, poté godere di scenari
ben più spettacolari. Le pinete della Valdigne, ad esempio, erano verdissime, non ancora intaccate
dalle piogge acide e Courmayeur, benchè il traforo del Bianco fosse aperto da qualche anno, non era
ancora assediata dalle auto e dai tir.
La Thuile, poi, si presentava con fitte pinete, ampie distese di rododendri e cascate imponenti.
Una semplice marcia estiva fino al rifugio Deffeys, poco più di una passeggiata, dava anche in
piena estate l’ebbrezza di calpestare la neve. Le miniere di antracite erano ormai chiuse, e gli edifici
erano stati dismessi, così come la ferrovia mineraria che un tempo portava il carbone alla teleferica
Arpy-Morgex: tutto ciò, oltre a preservare l’ambiente, conferiva alla valle un affascinante tocco di
archeologia industriale ante-litteram.
E’ in questo idilliaco contesto che, in quella bella giornata di fine estate, gli AUC ed ACS
controcarro occuparono la radura di La Joux, nei pressi della prima cascata del Rutor, per effettuare
una serie di tiri col cannone senza rinculo da 75. Il reparto di formazione era guidato da alcuni
ufficiali di grande esperienza: il tenente colonnello Maccarini, comandante del battaglione ACS, il
capitano Vescovi, comandante della terza compagnia, ed il sottotenente controcarro Bobo. Il
sottotenente medico Locatelli gestiva il posto medicazione, ed il sottotenente Fiorenzo, con le
inseparabili radio, era responsabile dello sgombero e della bonifica del poligono.
Il ‘75, a quei tempi, era l’arma di punta dei reparti controcarro che, oltre ad esso, avevano in
dotazione il glorioso lanciarazzi Bazooka, il Bar, il Bren e la Browning 12.7: un insieme di armi
non proprio moderne ma ancora potenzialmente micidiali, nei rispettivi ruoli.
Il cannone senza rinculo, in particolare, aveva caratteristiche uniche. Il rinculo, come noto, era
soppresso espellendo i gas di scarico attraverso ugelli calibrati, che assorbivano la spinta impressa
al proietto dalla carica di lancio. L’arma, quindi, era perfettamente stabile e, nelle mani di un bravo
puntatore, poteva effettuare tiri d’imbocco nelle feritoie dei bunker, anche a notevole distanza. I gas
di scarico formavano un’immensa fiammata conica, lunga parecchi metri, che imponeva una vasta
zona di rispetto dietro al cannone. Tutto ciò rendeva i tiri del ‘75 particolarmente emozionanti e
spettacolari; a La Joux, si sparava trasversalmente alla valle, ed il bersaglio era posizionato su un
alto roccione verticale, con un angolo di sito di quindici-venti gradi. I proietti erano a carica cava, e
ciò contribuiva alla spettacolarità dell’evento.
Esisteva una versione più potente del cannone senza rinculo, il calibro 105, ma la Smalp non ne era dotata. Ancora oggi i vecchi sten controcarro (come ad esempio il Cattaneo, capogruppo ANA
di Magenta) si vantano di avere sparato, al reparto, con il ‘105, “the real thing”.
Nel pieno rispetto delle tradizioni, la giornata dei tiri si aprì in modo vivace. Appena giunto in
loco, il colonnello cazziò aspramente il sottotenente Bobo, reo di non avere fatto installare bene in
piano la tenda dell’infermeria . “Ma signor colonnello, il terreno è tutto su e giù -Bobo tentò invano
di giustificarsi- e poi, io sono un professore di matematica, non un geometra”. Poi, Maccarini
provvide a cazziare il sottotenente Fiorenzo, che non aveva sistemato bene in piano il banco delle trasmissioni. Infine, esaurite le formalità di rito, i tiri ebbero inizio, sotto la sapiente direzione del
capitano Vescovi.
Tutto procedette senza intoppi, un botto dopo l’altro, finché non presero posto sul pezzo gli AUC
Vavassori e Lazzari, entrambi bergamaschi, rispettivamente nei ruoli di puntatore e di servente. Li
aveva accoppiati Bobo, piemontese doc che, sentendoli dialogare in bergamasco stretto, aveva forse
frainteso il loro accento: “Voi due altoatesini mettetevi in coppia, così non avete problemi di
lingua”.
Vavassori, occhio di falco, si inginocchiò accanto al cannone, ed aggiustò con cura il
puntamento. Lazzari inserì il colpo e, ruotando il maniglione, chiuse l’otturatore. Poi si inginocchiò
alle spalle del puntatore e, come da procedura, gli assestò un’energica manata sull’elmetto. Bobo, che supervisionava l’operazione, alzò il braccio in segno di conferma, e il capitano Vescovi ordinò
il fuoco. Vavassori, abbracciando il cannone, afferrò la maniglia sul lato opposto dell’arma e, tolta
la sicura con un movimento rotatorio, premette il pulsante di sparo: CLIC.
Il rumore del percussore che batteva a vuoto fu assordante. “Calma, restare in posizione e
ripetere il tiro”, ordinò Vescovi. Con calma (si fa per dire), Vavassori riarmò il congegno e premette
nuovamente il pulsante: CLIC. “Niente paura, togliete il colpo e vediamo”.
Lazzari disarmò il percussore, estrasse con cura il colpo e lo porse al capitano che, con fare deciso, lo ruotò per esaminarne il fondello. Ma, evidentemente, era troppo tempo che non
maneggiava quel tipo di munizionamento: la polvere della carica di lancio, fatto assolutamente
normale, si spostò all’interno del cartoccio emettendo un distinto fruscio. “Brucia, brucia, tutti a
terra !” urlò Vescovi, scagliando il colpo il più lontano possibile. Mentre tutti eseguivano (Fiorenzo
si tuffò col microfono in mano, trascinando la radio nella caduta) il colpo atterrò proprio su una
pietraia, rimbalzando più volte. A distanza di quarant’anni, il suono metallico di quei rimbalzi è
ancora saldamente ancorato nella memoria…
Trascorsi un paio di interminabili minuti, il capitano si addentrò cautamente nella pietraia e,
mentre tutti trattenevano il fiato, recuperò l‘ordigno:“L’ho capito subito io, questo colpo è sordo
come una campana. Comunque facciamo contento il regolamento, prima di metterlo da parte
facciamo il terzo tentativo”
Vavassori e Lazzari si rimisero al lavoro e, ultimata la procedura, il puntatore premette senza
troppa convinzione il pulsante di sparo: la fiammata che scaturì dall’arma sembrò ancora più
terrificante del solito, e lo scoppio della carica cava sul roccione echeggiò nella valle come un
fulmine a ciel sereno.
Lazzari ebbe la presenza di spirito di estrarre il bossolo, prima che l’arma si surriscaldasse, e poi
su La Joux calò un attonito silenzio.
Toccò al capitano Vescovi l’onere di superare l’imbarazzante situazione. Afferrò il megafono e,
ostentando una sicurezza che forse non aveva, arringò le truppe: “Avete visto, allievi ? Le armi
bisogna conoscerle bene, però bisogna sempre dare loro del Lei, mai dare troppa confidenza!”
“Senti chi parla…” commentò una voce anonima, perfettamente udibile da tutti.
Stranamente, non venne svolta alcuna indagine per identificare l’autore di un commento così
irriguardoso.
Milano, Novembre 2007. Dedicato all’autore di “La Cinque”, il mio amico Filippo Rissotto.
Grigioni
Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente
presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina
alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore
di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.
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