Caccia Grossa
di Mario Grigioni
L’ inverno che sta per lasciarci ha dispensato, con magnanimità persino eccessiva, delle quantità di neve alle quali non eravamo più abituati. Anche chi non ha avuto la fortuna di recarsi in montagna, si è emozionato vedendo in televisione le località turistiche (anche quelle normalmente “a secco”) sommerse da metri di neve, come non si vedeva da molti anni.
Le modeste ski-area delle prealpi lecchesi (Bobbio, Artavaggio, La Colma, i Resinelli etc.) ad esempio, presentavano panorami che non avevano nulla da invidiare a Loon Mountain, Gunstock e Waterville Valley, nel New Hampshire.
Persino Val d’ Isère, che da molti anni era costretta ad annullare o differire il mitico “criterio della prima neve”, gara di apertura della coppa del mondo, era un tripudio di bianco. La temibile compressione della “bosse à Collombin” era ridotta ad un modesto dislivello, riducendo i brividi provocati dai liberisti che la saltavano ad oltre 100 km/h di velocità.
Di fronte a tanta abbondanza, il ricordo va inevitabilmente a quell’ inverno alrettanto nevoso, verso la fine degli anni sessanta, che i sergenti AUC del 48° corso, appena licenziati dalla Smalp, trascorsero ai vari reparti. La neve era molta, anzi troppa e, ad ogni rialzo termico, il rischio valanghe era incombente. Vi furono parecchi incidenti, per fortuna nessuno grave.
Anche la compagnia mortai da 120 del battaglione Pieve di Cadore, alla quale era aggregato, per il campo invernale, il sergente AUC Fiorenzo con la sua squadra esploratori, corse un grosso rischio nei pressi della forcella Staulanza, alle pendici del Pelmo [cfr. In punta di Vibram: “Brivido Bianco”].
La situazione nivo-meteo peggiorò, fino ad indurre il quarto corpo d’armata a sospendere anticipatamente i campi, lungo tutto l’ arco alpino. L’ordine di rientro giunse a Fiorenzo, via radio, in una splendida giornata di sole (la prima), alla malga Federa, nei pressi di Cortina d’ Ampezzo. “Proprio adesso che cominciavamo a divertirci”, fu il commento pressoché unanime.
Verso la fine di febbraio il generale inverno allentò la propria morsa, consentendo agli Alpini di - come suol dirsi- tirare il fiato.
Una bella sera di marzo tre sergenti AUC, in forza alla compagnia comando di Tai, decisero di esplorare i dintorni: erano gli inseparabili Bobo, Fiorenzo e Giorgino (quest’ultimo, bresciano dal carattere mite e gentile, sarebbe poi diventato un importante giornalista) che, a bordo della candida cinquecento dello stesso Giorgino, si misero in viaggio verso l’ignoto.
“Ma Giorgino, non metti le catene ? Guarda quanta neve c’è in giro…”
“Ma va là, la cinquecento va dappertutto. E poi, lo sapete che sono un ottimo guidatore”
E così, il bolide si lanciò nell’oscurità, sfidando le strade innevate del Cadore, contornate da due alti muri di neve e fiocamente illuminate dai fari.
La sorpresa li attendeva all’uscita di una curva, in leggera discesa: due punti vivamente illuminati, immobili proprio in mezzo alla strada. Fu Bobo, occhio di falco, a vederli per primo.
“Stai attento Giorgino, c’è un paracarro in mezzo alla strada”
“No, è un pupazzo di neve”
“Ma no, è un gatto, e perché non si sposta ?”
“Frena, frena”. “No, sterza”. “No, accelera”. “No, tira il freno a mano”.
Giorgino recepì acriticamente tutti gli input e così, ormai fuori controllo, il mezzo urtò l’ ostacolo con un sinistro “thud”.
I tre scesero e, con grande sorpresa, si resero conto di avere travolto uno splendido esemplare di lepre (“UN lepre”, avrebbe scritto il Grande Vecio). La bestiola era agonizzante e, in assenza di alternative, si pose il problema di come porre fine alle sue sofferenze. Fu Bobo a prendere in mano la situazione:
“Voi cittadini imbranati, lasciate fare a me, so io come si fa. Bisogna colpire sul collo con il taglio della mano, spostatevi che ci penso io”.
Il passaggio dalla teoria alla pratica si rivelò più complesso del previsto. Bobo, che aveva millantato le proprie competenze agresti, era in realtà un intellettuale (professore di matematica a Cuneo) e, nell’ esecuzione della pietosa sentenza, si trovò in palese difficoltà.
Finalmente, dopo vari tentativi sui cui particolari è opportuno sorvolare, l’operazione fu compiuta.
“Ho la pala tattica in macchina, scaviamo una buca e la seppelliamo ?” propose Giorgino, anima candida.
“Ma scherzi -lo rintuzzò il pragmatico Bobo- la portiamo in caserma e ce la mangiamo”
E così, al termine della gita, Bobo consegnò baldanzosamente la preda, reggendola per le zampe posteriori, al maresciallo Scattolin, responsabile della mensa ufficiali e sottufficiali.
“Bella bestia, come avete fatto a prenderla ?”.
Lo sguardo di Bobo si indurì, sembrava Clint Eastwood nel ruolo del cacciatore bianco: “Eh sì, questa belva ci ha fatto sudare sette camicie, ma alla fine abbiamo vinto noi.”
“Bene, lasciatela pure a me, qualche giorno per frollarla e ve la servo in tavola”
Scattolin fu di parola: un paio di giorni dopo, portò personalmente l’intingolo fumante, accompagnato da un’ allettante polenta, al tavolo dei tre: “Guardate che roba, buon appetito” !
Fu Giorgino il primo a dare segni di cedimento: pensando allo svolgimento dei fatti, gli occhi gli si inumidirono. Guardò Fiorenzo, e scoprì un’ identica reazione. Persino Bobo, deglutendo nervosamente, palesò il proprio disagio. Fu proprio lui a superare l’impasse, pronunciando la frase più assurda per ogni miltare di leva:
“Grazie signor maresciallo (i giovani sergenti di complemento davano del “signor” ai marescialli anziani), non abbiamo fame !”
In seguito, i tre si scambiarono reciproche accuse di vigliaccheria, rimpiangendo l’ opportunità persa in modo così stupido. Tuttavia, alcuni giorni dopo, il dialogo di due Alpini del minuto mantenimento, colto casualmente da Giorgino, gettò una luce sinistra sui fatti:
“Hai notato, è da un paio di giorni che non si vede il gatto che gira sempre qui fuori”
“Hai ragione, guarda, non ha neanche mangiato gli avanzi che gli abbiamo lasciato l’ altro giorno, il piattino è ancora pieno. Strano…”
I sospetti si aggravarono quando Giorgino, con acume giornalistico, correlò gli eventi all’ origine vicentina di Scattolin.
Vuoi vedere che il maresciallo aveva servito agli sprovveduti giovani quella che a Milano, in tempo di guerra, veniva chiamata la “legura d’i cupp”? [lepre delle tegole].
Forse, vista col senno di poi, la presunta inappetenza era stata provvidenziale….
Grigioni
Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente
presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina
alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore
di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.
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