L'assalto a Cima "M"
di Mario Grigioni

 

L’ ufficio comando della CCS, sito al pianterreno della caserma di Tai di Cadore, possedeva un certo fascino. Era uno stanzone spoglio, arredato con mobili che avevano visto tempi migliori sotto Cecco Beppe, ed il ruvido impiantito in legno tremava e rimbombava sotto i Vibram, ad ogni passo. Però una grande stufa a legna, collocata in un angolo, diffondeva un piacevole tepore e, dalla finestra, si godeva di un bel panorama del Cadore innevato. Sembrava di essere in un vecchio rifugio alpino, disadorno ma accogliente.
Quella sera, al termine del rapporto ufficiali, il capitano Gobetti recuperò dal davanzale della finestra una bottiglia di Pinot e, accingendosi a stapparla, ringraziò il fornitore: “ In chiusura di questa faticosa giornata, ringraziamo il tenente Paterlini, che ci offre così cortesemente l’aperitivo”. In realtà, il sottotenente Edoardo Paterlini, di Collio Valtrompia, si era fatto beccare dal capitano d’ ispezione (proprio lo stesso Gobetti) mentre russava profondamente durante il servizio di picchetto, e da ciò derivava tanta generosità. Ma, da vero gentiluomo piemontese qual’egli era, Gobetti non vi fece nemmeno cenno e, dopo il brindisi, congedò i subalterni con la consueta cortesia: “ Signori in libertà, buona serata a tutti”.
 
Il sergente AUC Fiorenzo, comandante del plotone esploratori, non aveva ricevuto incarichi per l’indomani e, avviandosi all’uscita, già pregustava la prossima giornata: spriz e lettura del giornale al bar del bivio per Cortina, poi una bella sciata sulla pista adiacente la caserma. Quindi, nel pomeriggio, un “pattugliamento tattico” con pelli di foca a Cibiana, oppure su al Tranego, verso il rifugio Antelao… Ma, come suol dirsi, in cauda venenum; proprio mentre stava varcando la soglia della libertà, la voce del capitano lo surgelò: “… ah, Fiorenzo, trattieniti un attimo, ci sono degli ordini riservati per te….”.  Niente spriz, né pelli di foca, pazienza…
“Per domattina, organizzerai una squadra di sei rocciatori con tutta l’ attrezzatura, compresi gli elmetti (a quei tempi non c’erano i caschi in kevlar…): dovrete eseguire un disgaggio materiali piuttosto impegnativo”. “Scusi signor capitano, di che materiali si tratta, pietre o neve ?” “Ehm, no….-Gobetti sembrava piuttosto imbarazzato-… si tratta di un disgaggio rifiuti: dovrete liberare lo scivolo della discarica di Sottocastello, che è ostruito da un cumulo di immondizia. Verrà a prendervi un CL da Pieve per condurvi sul posto, vedrai direttamente lì il da farsi”.

Puntuale, il CL prelevò la “squadra disgaggio” il mattino successivo. Era un mezzo piuttosto malconcio ma Fiorenzo, salendo direttamente in cabina, non vi fece caso. Pochi istanti dopo, però, dal cassone si levò il primo grido di dolore della giornata: “Ehi, ma questo el xè el camios dela merda !!!”. In effetti sì, era proprio il CL normalmente usato per il trasporto rifiuti che, in pochi minuti di sobbalzante (e maleodorante) viaggio, li condusse a destinazione: un angusto spiazzo a picco sul lago di Centro Cadore, ai margini della frazione Sottocastello di Pieve che, teoricamente, sarebbe stato uno spettacolare belvedere…
Lì, in corrispondenza di un canalino, era stato costruito un rudimentale scivolo di legno, largo un paio di metri e con alte sponde verticali, dove venivano rovesciati i rifiuti, che precipitavano a valle. Lo scivolo era ripido e molto sporgente, per permettere al materiale di sorvolare una cengia sottostante e di cadere direttamente sulla sponda pietrosa del lago. A quei tempi, l’ecologia non era ancora considerata una materia degna di attenzione…

Il problema da risolvere era chiaro: sul dente del “trampolino” si era formato un enorme mucchio di immondizie, tale da ostruirlo completamente. Un carico di pasta asciutta (forse cotta non proprio al dente) si era appiccicato al legno e, su quella base, si erano poi stratificati ulteriori rifiuti, fino a formare una vera e propria collina. Lo sconforto si impadronì dei poveracci, e fu ben espresso da un Alpino che, con il pragmatismo tipico dei montanari, commentò: “Oh Maria Vergine, ma la xè una montagna de merda, come femo a mandarla zò ?”
Ma gli ordini sono ordini e, facendosi coraggio a vicenda, gli sventurati cercarono di mettere a punto un’ efficace strategia di attacco.

La soluzione che tutti avrebbero auspicato fu proposta da Tone Meneguz, ma discussa a titolo puramente accademico poiché, se attuata, avrebbe garantito a Fiorenzo un lungo soggiorno a Peschiera od a Gaeta: ”vado su in polveriera a Monte Zucco, prendo una ‘scatola da scarpe’ di tritolo e facciamo saltare tutto”. Ipotesi allettante, ma non praticabile.

Il caporale Oreste Pertile, forte scalatore e, forse, memore dei pendoli eseguiti da Walter Bonatti sull’Aiguille Noire de Peuterey, si offrì volontario per tentare una soluzione d’ assalto, ‘alla Rambo’ si direbbe oggi: “Mi calate giù fino a quel roccione sporgente; da lì, faccio una pendolata e salto direttamente sul montone di merda, così lo  smuovo e lo faccio precipitare, e poi mi tirate su”.
Fu approntato il necessario per l’ ardita operazione: corde, chiodi, moschettoni e imbragatura; quando tutto fu pronto Pertile, tenuto in sicurezza dall’alto, scalò in discesa diagonalmente fino al roccione e, da lì, si lanciò in uno spettacolare pendolo verso lo scivolo. Il salto fu perfetto, e lo condusse ad atterrare proprio in cima alla collina della quale, sfortunatamente, aveva sovrastimato la consistenza: gli strati superiori non erano ancora bene consolidati, e così Pertile si ritrovò sprofondato nell’orrenda melma fino alle ginocchia. Le sue urla di disperazione  non furono gradite da uno stormo di corvi che, seccati per l’ intrusione, si levarono in volo strepitando: sembrava la scena di un film di Hitchcock. Pertile fu recuperato, indenne e puzzolente, ma il suo sforzo non aveva prodotto alcun risultato.

Il secondo tentativo venne effettuato da Giovanni Stuffo, detto Ninetto, cadorino  e buon arrampicatore anche lui. Si fece calare, camminando a ritroso, direttamente sullo scivolo, con l’ intenzione di spingere la massa da sopra e farla scivolare nel vuoto. Tutto sembrava procedere bene ma, quando Stuffo raggiunse la parte sporgente dello scivolo, la struttura cominciò ad oscillare e ad emettere sinistri scricchiolii. Ninetto cercò di risalire precipitosamente, ma scivolò  e cadde in avanti; per fortuna Bepin Perathoner, che lo assicurava dall’ alto, teneva la corda in tensione, così la pericolosa scivolata fu bloccata immediatamente. “Tirame su, mona testa de casso, qui casca zo tutto - implorò il malcapitato- !” Così, anche Ninetto fu recuperato senza danni, ma l’ ecomostro era sempre al suo posto, imperterrito.

Finalmente, fu messa a punto una strategia di aggiramento, meno spettacolare ma più incisiva, che si rivelò vincente. Piantati i chiodi di sicurezza  nelle posizioni opportune, Pertile e Stuffo, armati di pale, si calarono ai due lati dello scivolo e, con grande cautela, giunsero fino alla parte inferiore della collina, iniziando a scalzarla dal basso. Dopo alcuni minuti di lavoro in assoluto silenzio, rotto soltanto dagli scricchiolii della struttura, finalmente la massa cominciò a muoversi e, percorso il tratto finale dello scivolo, precipitò a valle. Lo “splash” sulla riva del lago fu coperto da un collettivo urlo liberatorio, seguito da un pesante silenzio. “Però, che salto”, disse Fiorenzo, nel tentativo di sciogliere la tensione. Nessuno rispose, ma gli parve di percepire un borbottio “… un’ altra volta el fa lu el salto…”, ma  chissà, forse erano stati i corvi… non era comunque il caso di approfondire….

Al rientro in caserma, Fiorenzo incrociò Paterlini che, sci in spalla, occhiali da sole Vuarnet e volto arrossato dal sole, stava a sua volta rientrando. Paterlini si avvicinò a Fiorenzo, lo annusò ostentatamente e, arricciando il naso, lo apostrofò: “ehilà Fiorenzo, mi sa che hai avuto proprio una giornata di merda, dico bene ?” Evidentemente, nonostante la discrezione del capitano Gobetti, radio scarpa aveva già diffuso la notizia, con tutti i dettagli del caso: del resto si sa, la naja alpina non ammetteva segreti.

 

Grigioni Mario - Ha frequentato il 48° corso AUC nel 1967. Dopo il periodo da sergente presso il battaglione Pieve di Cadore, ha prestato servizio di prima nomina alla Smalp, come comandante di plotone alla Prima compagnia AUC ed istruttore di trasmissioni. È dirigente d'azienda a Milano.

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